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L’Italia riuscirà a fare un PACS avanti? Febbraio 1, 2007

Posted by Raffaele Serra in ATTUALITA' E POLITICA, Mondo.
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Volevo scrivere un articolo in proposito.. ma poi ho letto questo bellissimo intervento di un blogger, leggendolo mi è piaciuto davverto tanto, e ho pensato di quotare le sue parole…

Patti Civili di Solidarietà. Secondo la prima formulazione francese del 1999, si distingue dall’istituto matrimoniale questa forma di contratto tra persone maggiorenni depositato presso la cancelleria del tribunale di appartenenza che comporta una serie di obblighi: – impegno a condurre una vita in comune. – aiuto reciproco materiale. – responsabilità comune per i debiti contratti dalla firma dei Pacs. In pratica per due terzi è un contratto finanziario.Quante cose si mettono in fatti quotidiani che sono spesso di una semplicità disarmante. Le leggi sembrano voler interpretare la realtà in un modo che soltanto le leggi conoscono. Due persone si incontrano. Si amano. Decidono di andare a vivere insieme. Non si sentono pronti per il matrimonio, o non sono interessati, hanno dei lavori precari, o hanno già un passato alle spalle che li fa pendere per la convivenza e basta. Passa il tempo. I due si amano ancora. Stanno insieme. Non pensano a farsi promesse speciali, parlano di loro, ma vivono, come la maggior parte delle persone, senza domandarsi tutti i giorni se quello che stanno vivendo è per sempre o finirà. Non in modo ossessivo. In ogni caso si rendono conto che una carta, una firma, non potrà sedare questo dubbio. Ormai tutti sono consapevoli della inconsistenza della promessa: “Per tutta la vita.” Condurre una vita in comune può significare soltanto che due persone si vogliono bene e per quanto ne sanno, in quel momento vogliono costruire qualcosa che sperano potrà crescere e fiorire. Ma sanno anche che è una loro scelta, un legame che vogliono avere la libertà di rompere se accade qualcosa di traumatico come un tradimento o se un giorno si svegliano senza amare più il proprio partner. Capita, più spesso di quello che si creda. Forse è giusto impedire a chi non ama più di lasciare il proprio partner? Forse disamorarsi non è un buon motivo per cercare altrove la propria felicità?

L’Avvenire si domanda come mai si faccia in tanta fretta una legge per il 3.9% della popolazione (le coppie conviventi fuori dal matrimonio), cifra che non farebbe pensare a un’emergenza totale. Peccato che la cifra in numeri divenga molto più significativa: quasi 500 mila coppie. Un milione di persone. Spiccioli? E se diciamo che negli ultimi 5 anni il numero delle coppie conviventi è aumentato del 230%? Cosa ne deduciamo? Che è un fatto marginale? L’Avvenire non considera il fatto che la famiglia non è il matrimonio. La famiglia è le persone che la compongono. I loro valori. Le loro scelte etiche e comportamentali. Il matrimonio è soltanto un atto di adesione a un codice esterno, religioso e/o civile. La famiglia come componente base della società non è tutta racchiusa in quella adesione. Quello è più un discorso di conta quotidiana dei propri adepti e del proprio potere d’influenza sulle coscienze degli individui. La Chiesa ha deciso che gli individui devono organizzarsi in famiglie composte da coppie eterosessuali unite dal sacro vincolo del matrimonio, i loro figli, eventuali genitori o parenti a carico. Il matrimonio libera da ogni peccato. E’ il contesto entro il quale tutto è lecito, visto che al di fuori tutto è illecito. Non importa più la morale individuale, i costumi, il casus, nel matrimonio c’è la salvezza, il rifugio. Si entra in uno schema salvifico.
Messa così, è chiaro che ogni deviazione dallo schema è un pericolo. Pericolo per il sistema, per il protettore dello stesso. Per le coppie che hanno ceduto alla pressione ambientale per salvarsi. Per chi continua a difendere il proprio legame indissolubile, nonostante non provi più l’amore di un tempo, e forse è roso dal dubbio che anche prima il suo amore fosse un’illusione più che una realtà.
Due persone si conoscono, due invididui si incontrano e si amano. Non c’è nulla di giurisprudenziale o di legislativo in questo. E’ un atto della vita. E nel libero flusso della vita questo atto deve ritornare. Senza leggi che ne stabiliscano i confini, le modalità e i doveri. Il vulnus purtroppo non è nelle nuove forme di coppie e di convivenze (come la mettiamo per le ‘comunità’?). Il vulnus è nell’ottocentesco concetto di famiglia e di matrimonio che ci portiamo dietro nelle Costituzioni di tutto il mondo occidentale e che limitano la libertà del legislatore oltre che i diritti delle persone. Una qualche Corte Suprema dovrebbe stabilire la priorità del diritto individuale (o di coppia, se lo scelgono due individui adulti consapevoli e coscienti) sul diritto stabilito dalla legge in senso generale. Come a dire che una definizione di famiglia deve adeguarsi ai modi e agli usi dei tempi, adeguando il diritto e i diritti alle conquiste delle culture di riferimento, e non il contrario.
Se in Spagna poi, definendo la famiglia, i legislatori franchisti specificarono la sua composizione in un uomo e una donna, questo per fortuna non esiste nella nostra Costituzione, rendendo in parte più facile il compito di chi deve soltanto ratificare un dato di fatto: gli individui hanno il diritto di innamorarsi di chi vogliono, senza limitazioni di sorta (ad eccezione dei minori e dei casi previsti dal codice penale). La famiglia come cellula della società è il luogo della compensazione dei bug del welfare. Cosa che accadrebbe ancora meglio se per famiglia si includesse anche una comune, un gruppo di amici solidali, insomma se si desse libertà di composizione ai cittadini (libertà che i cittadini si prendono ogni giorni, legge o non legge). Così facendo la legge tornerebbe a fare quello che deve fare, ratificare, interpretare la realtà e non guidarla e incanalarla secondo gli interessi e le interpretazioni di gruppi particolari. Oggi i cattolici, domani i secessionisti, poi qualche fautore di non meglio identificati creatori marziani…
Chi ha paura delle nuove forme di famiglia, in verità svela una paura della realtà che cambia. La vorrebbe fermare. Fissa, immutabile. In un disegno statico, che statico non è mai stato, neanche nel passato quando il mondo cambiava con ritmi più lenti di oggi. Ha paura di perdere terreno e consenso e così facendo perde terreno e consenso. La profezia di autoavvera. La questione è ampia. Si risolverebbe facilmente con un colpo di spugna. Eliminando la priorità del matrimonio. Rendendolo un rito simpatico da celebrare con la famiglia e gli amici, e non un dovere morale/religioso/etico o civile.
Sostengo con fermezza l’idea che in questioni esistenziali, laddove la scelta è personale, la società dovrebbe fare qualche passo indietro e lasciare che sia. Let it be. Trovare formule ampie, inclusive, più che esclusive e invadenti, e concentrarsi di più sugli aspetti che riguardano le conseguenze delle varie e libere forme di convivenza sui figli, sulle eredità, le pensioni, i contratti, la cura ecc ecc. Non è il vincolo del matrimonio che può convincere i singoli ad amarsi, a continuare a farlo. E la domanda è: come mai se sposo una persona posso accudirla e ottenere parte o tutta la sua eredità anche dopo un anno, e se convivo (ma amo lo stesso) nella stessa situazione acquisisco gli stessi diritti solo dopo 5 anni (e i tedem vorrebbero venirce a imporre un lasso di tempo di 15 anni!) ?? Non è un cavillo piuttosto discriminante?

tiaspettosottocasa

Editoriale sulla pena di morte Dicembre 12, 2006

Posted by marcoferrara in ATTUALITA' E POLITICA, Mondo.
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La notizia la saprete: l’altro ieri l’ex dittatore del Cile, Augusto Pinochet, vittima qualche giorno fa di un gravissimo infarto, è morto. Gia il giorno dopo il suo infarto, molti giornali hanno espresso poco rammarico verso questo personaggio negativo del 20° secolo. Questo è comprensibile: Pinochet è stato a suo tempo un dittatore sanguinario e crudele. Ancora non si sa per esempio che fine abbiano fatto molti desaparecidos, le persone scomparse sotto il suo regime. La reazione più toccante, secondo me, è stata la lettera di Luis Sepúlveda pubblicata su La Repubblica qualche giorno fa, quasi un canto liberatorio dopo la fine di un incubo durato 17 anni di dittatura e, finita questa, quasi altrettanti anni di impunità. Il rancore verso questa persona dunque è giustificato. Alcune persone però hanno anche aggiunto che la morte naturale di Pinochet sia stata una sconfitta: secondo questi Pinochet doveva morire si, ma condannato a morte, davanti ad un plotone di esecuzione. Secondo me questo secondo sentimento è inaccettabile, soprattutto considerando che la maggioranza delle persone a favore di questa idea si professano contro la pena di morte in generale.
È qui che volevo arrivare: è giusta la pena di morte in certi casi, magari per persone che si sono macchiate di crimini contro l’umanità? Tendenzialmente, come ho gia detto, io credo di no. Non vedo alcuna giustificazione razionale.

  • Sarebbe prima di tutto quasi un abbassarsi al loro livello.
  • Molte persone poi professano questa idea puramente per fede politica e come metodo per sbarazzarsi di persone che considerano le loro antitesi politiche. Mi spiego: alcune persone di destra giustificano le azioni di Pinochet (un nome per tutti: la Thatcher), mentre sono contenti che Che Guevara (che in nome della rivoluzione ha personalmente condannato moltissimi dissidenti politici a morte) sia stato ucciso, mentre i loro equivalenti di sinistra vogliono la pena di morte per dittatori di destra come Pinochet e sono contenti che Mussolini sia stato giustiziato senza processo e allo stesso tempo difendono a spada tratta il diritto alla vita di Saddam Hussein. Secondo me bisogna avere coerenza. Se si è contro la pena di morte, lo si è anche in questi casi, e quindi sia i Saddam sia i Pinochet del mondo hanno diritto alla vita, ed è quindi ugualmente ingiusto che Che Guevara e Mussolini siano stati giustiziati (senza processo, tra l’altro).
  • Inoltre, questo è un ragionamento che rischia di degenerare: si inizia col giustiziare la pena capitale per i dittatori, si passa poi ai pedofili assassini e via via si a arriva a rendere accettabile la pena di morte per qualsiasi crimine più o meno grave (come nel Texas).

Ne vale veramente la pena, togliere la vita ad un essere umano (malvagio quanto volete) per puro spirito di vendetta?
Vi lascio con una frase di Nelson Mandela, ex presidente del Repubblica Sudafricana e vincitore del premio Nobel per la pace:

Sono contrario alla pena di morte, perché essa è un riflesso dell’istinto animale che continua ad essere presente negli esseri umani

Quale futuro per la Bosnia-Erzegovina? Novembre 9, 2006

Posted by illyz in ATTUALITA' E POLITICA.
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Tra qualche giorno partirò per andare in Bosnia Erzegovina.
Devo portare aiuti e conforto alla popolazione locale di una città della Bosnia vicina al confine serbo, che si chiama Tuzla.
Questo è uno dei diversi viaggi che ogni anno io, come altri volontari in Emilia-Romagna e in tutta Italia, faccio per cercare non solo di aiutare gli altri, ma anche per poter capire in modo diretto e più approfondito quello che è successo e succede ancora in una terra martoriata da 10 anni di sanguinosi conflitti etnico e religiosi.
La Bosnia Erzegovina è solo uno dei 6 stati che sono nati nei Balcani dopo la frantumazione dell’Urss e la caduta del regime di Tito, ma è stato sicuramente il Paese che ha visto commettere sul proprio territorio massacri ed eccidi tra i più efferati.
Migliaia di uomini, donne, vecchi e bambini sono stati “spazzati via” da una guerra ingiusta e assurda che ha visto gli stessi vicini gli uni contro gli altri, coloro che prima mangiavano insieme e si intrattenevano a chiaccherare per strada, spararsi a vicenda.
Ancora oggi non sono stati trovati tutti i corpi (gettati in fosse comuni) delle decine di migliaia di vittime che hanno subito la sorte peggiore per il solo fatto di appartenere ad una etnia o religione differente. Ogni anno vengono trovate nuovi luoghi dove ci sono insieme 800-1000 corpi straziati da torture e sevizie. Ogni anno si celebrano i funerali di persone che sono morte in una guerra finita più di 10 anni fa….
Oggi cosa resta di tutto questo? Vi posso assicurare che nei miei viaggi ho visto non solo disperazione, miseria e case crivellate dai colpi di granata o bruciate, ma anche una grande dignità e speranza di poter andare avanti e, non dimenticare, ma far conoscere ad altri quello che è successo, a chi era troppo giovane per poter sapere o chi non ha voluto (anche volontariamente) sapere.
La guerra in Bosnia è stata forse una tra le vicende più vergognose degli anni Novanta, in cui si è avuta la riprova del fatto che la Comunità internazionale non abbia avuto alcun tipo di potere sulle fazioni che si stavano scontrando, nè tantomeno abbia avuto la capacità di gestione necessaria per evitare inutili stragi. Mi riferisco ad esempio alla strage di Srebrenica, divenuta tristemente famosa anche per il fatto che le truppe ONU canadesi se ne siano andate ingiustificatamente da una città assediata abbandonando la popolazione ai “lupi” serbi.
Ancora oggi la Comunità internazionale sta sbagliando perchè non ci si occupa più del “problema Bosnia” perchè tutti pensano che la guerra sia finita nel lontano 1995….in realtà non è così la guerra continua giorno per giorno quando la gente si continua ad odiare, quando in Bosnia i cittadini non hanno un futuro per la loro esistenza e per i loro figli….Quale futuro allora per la Bosnia Erzegovina?
Il discorso sarebbe lungo e complesso da affrontare e analizzare con precisione per capire tutti i fattori che sono scesi in campo in questa immensa strage dei nostri tempi, ma questo articolo era solo per ricordare a tutti che le guerre sono più vicine a noi di quanto crediamo….solo aldilà del Mare Adriatico.

Il Visconte Dimezzato Novembre 5, 2006

Posted by marcoferrara in ATTUALITA' E POLITICA, Mondo.
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Salve, ragazzi, qui Marco Ferrara, questo è il mio primo articolo sul sito! Prima di tutto vorrei ringraziare Raffo per aver creato questo bellissimo blog, zona di libero scambio di idee del collegio Alma mater!

Come regola generale, vorrei incentrare i miei post (questo e quelli futuri) soprattutto su materie di politica estera, con un occhio di riguardo verso gli Stati Uniti.

 

Martedì 7 Novembre sarà un giorno infausto per il personaggio più potente al mondo, il presidente degli Stati Uniti d’America: i repubblicani infatti, il partito di George W. Bush (il cespuglio in capo delle imperiose forze americane), perderanno la camera bassa e molto probabilmente anche il senato federale, il tutto a vantaggio dei democratici.
Quali gli effetti concreti di ciò? Beh, prima di tutto, Bush diventerà un presidente a metà, perché non riuscirà più a far passare alle camere progetti di legge cari a lui, e soprattutto non riuscirà più a far prevalere la sua linea sull’ Iraq (la strategia della massiccia presenza sul territorio senza vincoli temporali per il rientro, che ha portato il paese alla guerra civile).
Dovrà inoltre scegliere cosa fare del suo potere di veto sulle leggi: il presidente degli USA può porre il veto a qualsiasi legge a lui sgradita, e visto che leggi dopo il 7 novembre non saranno più gradite ai repubblicani lui avrà tutto il diritto di bocciarle. Ciò però renderebbe il suo partito facile preda dei democratici alle seguenti elezioni presidenziali del 2008, che avrebbero facile gioco in campagna elettorale a presentare i repubblicani come un partito antidemocratico e massimalista, che non ha a cuore il bene dello stato e che preferisce invece la paralisi di esso, il cosiddetto stallo decisionale. Se invece Bush dovesse accettare le leggi del parlamento (cosa poco probabile), metterebbe al riparo il suo partito dagli attacchi dei democratici durante la campagna elettorale per le presidenziali, ma alienerebbe al tempo stesso la base del partito, che non andrebbe a votare in massa come accadde alle scorse elezioni.
Conclusione: il prossimo presidente degli USA sarà molto probabilmente un democratico: molti i nomi in lizza: si distinguono Barack Obama (che diverrebbe il primo presidente nero) e Hillary Clinton (che diverrebbe invece la prima donna a ricoprire la carica). Ai repubblicani servirà invece un personaggio fortissimo per risalire la china: forse Condoleeza Rice, forse un altro personaggio alla Bush (per esempio lo stesso fratello, Jeb Bush, governatore della Florida).
Quindi il Patriot Act, la detenzione di prigionieri a Guantanamo, l’uso della tortura, tutte queste politiche verranno velocemente abrogate e spazzate via nel dimenticatoio della storia, assieme al governo che le varò . Quindi, mi raccomando, dita incrociate martedi!

Discorso di un futuro ingegnere sull’etica e sulla morale Novembre 2, 2006

Posted by Raffaele Serra in ATTUALITA' E POLITICA.
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Oggi leggendo il manifesto dei movimenti anti-proibizionisti mi sono chiesto:
E’ giusto rispettare una legge che non si condivide?
Perché è possibile una legge che inibisce la libertà di qualcuno di decidere di se stesso?
Io personalmente ho sempre creduto nel fatto che l’amministrazione statale debba realizzare leggi “eticamente giuste” ma sia dovere del cittadino rispettare la legge comunque essa sia stata scritta… ma come la mettiamo se la legge confligge con la personale morale di una persona? è prioritaria la morale o l’etica?
Ovviamente non esiste una risposta oggettiva…
Ma personalmente ritengo che l’etica abbia una certa priorità rispetto alle regole morali, in quanto uno schema morale può rientrare in uno schema etico, mentre l’estensione di regole morali al livello etico causa forzature e sottomissioni della morale se questa differisce dalla “pubblica morale”, la “morale della maggioranza”…
Vorrei cercare di spiegarmi il più possibile, anche se certamente non pretendo che il mio discorso sia al 100% condivisibile da chiunque…
Io ho sempre basato la mia etica su un assioma fondamentale:

“La mia libertà finisce dove comincia quella degli altri”

Se infatti proviamo a ragionare in questi termini ci si rende conto di come molti dei conflitti di natura morale ed etica che spesso dominano la discussione politica del panorama italiano siano sostanzialmente inutili… Se infatti nessuno cercasse di imporre il proprio schema morale al resto dei cittadini, per fare un esempio a caso, l’esito del referendum dell’anno scorso sulla procreazione assistita sarebbe stato diverso, se gli italiani si fossero sentiti coinvolti quanto al referendum sull’aborto le cose sarebbero andate diversamente…
Allora ci sarebbe da chiedersi:
E’ un caso che le gravidanze indesiderate siano in numero nettamente superiore alle coppie che, pur desiderandolo ardentemente, non riescono ad avere un figlio?
Se qualcuno vuole approfittare della possibilità, offerta dalla scienza, di realizzare il proprio personalissimo desiderio di maternità e paternità che diritto ha la maggioranza dei cittadini di negare questo diritto?
Si potrebbero fare altri mille esempi… ma un pò tutti li conosciamo…
Forse penserete che sono pazzo a scrivere di cose serie su questo blog che è partito in modo particolare… ma si può parlare di tutto anche di questo… ;)

Riflessione su giovani e politica Novembre 2, 2006

Posted by illyz in ATTUALITA' E POLITICA.
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Ciao a tutti, vi mando questo articolo pubblicato su internet da una mia carissima amica che ho trovato molto interessante e che potrebbe essere un buon punto di partenza per uno scambio di opinioni sul tema….

Giovani e politica. Una riflessione

Aristotele aveva ragione?

Ancor prima di conoscerne il pensiero, ho fatto mio il precetto aristotelico di uomo come zoon politikon, ossia uomo come animale politico. E questo perché mi sono sempre interessata a tutto ciò che intorno mi accadeva, pensando oltretutto che fosse cosa banale se non giusta occuparsi, o quanto meno informarsi, del vivere comune sviluppando un proprio senso civico.

Così è nato l’interesse verso la politica. Non però verso la politica dei politici e dei giochi di potere, quanto piuttosto la politica intesa come strumento del popolo, che presa coscienza di sé, la utilizza per cambiare o, volesse il cielo, persino migliorare le proprie condizioni.

Crescendo ci si rende conto che le cose non sono proprio così e la politica purtroppo rimane uno strumento di pochi (e questi pochi non coincidono certo con il popolo!). Perché? Il dito è da sempre puntato contro i politici, colpevoli secondo un’opinione largamente condivisa, di agire sempre e solo nella salvaguardia dei propri interessi. E forse, in larga parte, così è.

Io però non colpevolizzerei solo ed esclusivamente la classe politica se ci troviamo in una tale situazione: temo purtroppo che ormai si sia perso quel senso civico cui prima accennavo, e che i cittadini non s’interessino più e che non si preoccupino più di quello che accade loro intorno, lasciando così nelle mani dei politici la possibilità di fare il bello e il cattivo tempo.

Vivo con profonda frustrazione il disinteresse che i giovani mostrano verso il mondo circostante, proprio perché sono loro che in questo paese dovranno vivere ancora per molto. E possibilmente in maniera dignitosa. Parlando con tanti ragazzi, non è inusuale sentirsi dire che un politico vale l’altro perché tutti fanno solo i propri interessi o addirittura che “è tutto uno schifo”. Ma nessuno muove un muscolo per cambiare la situazione, nessuno è minimamente interessato alla vita di quella che i latini chiamavano “res publica” (non a caso già più di duemila anni fa la chiamavano così). Anche per tentare d’abbattere questo muro d’indifferenza scrivo questo articolo, nel tentativo di coinvolgere altri ragazzi nella vita di partito, nella politica che, loro malgrado, dovranno abitare per qualche lustro.

Eleonora Squadrani SG Riccione